Tra poco tocca scegliere. Riformismo esercitato o radicalismo subìto?

La radicalizzazione estrema dello scontro politico pare voler prendere il sopravvento nelle società occidentali. Non ne verrà nulla di buono, ma il trend pare inarrestabile. O forse lo è, ma in questo caso necessita una netta e determinata reazione da parte di quanti in essa non si identificano, non apprezzandola.

L’onda reazionaria sollevata dal movimento MAGA e dalla divisiva presidenza Trump sta determinando – oltre allo sconvolgimento dell’ordine mondiale così come era andato configurandosi nella seconda metà del secolo scorso fino alla prima decade di questo – una sequela imitativa in Sud America, come testimoniato da alcuni recenti esiti elettorali, e nella nostra Europa (qui, al momento, però solo sotto forma di proiezioni sondaggistiche). E, per converso, sta mutando il tono dell’opposizione statunitense, ormai insofferente nei confronti di un presidente che si atteggia a monarca e che utilizza con spregiudicata insolenza i poteri dei quali dispone.

Il Partito Democratico USA, in piena crisi esistenziale per lunghi mesi dopo la sconfitta del novembre 2024, ha cominciato a rivedere la luce in una serie di turni elettorali che, a partire dallo scorso autunno, lo hanno rivitalizzato e successivamente – incoraggiato da sondaggi favorevoli – reso ottimista circa l’esito delle ormai non lontane votazioni di metà mandato. Il successo che simbolicamente ha illustrato l’avvio della rinascita è stato indubbiamente quello di New York, caratterizzato da un rinnovamento generazionale, da un deciso spostamento politico dalle connotazioni radicali, da un inedito di natura religiosa.

Zohran Mamdani è giovane, è socialista, è musulmano. Tralasciamo qui l’aspetto confessionale, peraltro affatto secondario. Concentriamoci sugli altri due tratti, che hanno segnato la stagione che si è successivamente aperta, con le vittorie di candidati democratici in alcune città e stati e nelle primarie interne al partito, laddove si sono tenute.

Il rinnovamento generazionale si sta connotando in una sorta di ripudio dell’establishment del Partito Democratico, colpevole di un troppo lungo attaccamento al potere e di faide interne lontane dai problemi reali della gente comune. Ma la guida morale e ideale di questo cambiamento è del vecchio e indomito senatore Bernie Sanders, che si definisce prima “socialista” e solo dopo “democratico”. Il suo programma sociale (dalla sanità pubblica diffusa alle tasse, alte, per benestanti e Corporation, sino alla fine del sostegno americano a Israele) ha guidato le proposte della new wave democratica. Ricca, fra l’altro, di giovani donne la cui capostipite, la “fashionable star” Alexandria Ocasio-Cortez, sta addirittura facendo un pensierino alle primarie per la presidenza 2028.

Per contro, in Europa i gloriosi partiti socialisti, laburisti, socialdemocratici non vivono un gran momento. E proprio in coincidenza con prossime elezioni in nazioni di primaria importanza, per le quali i sondaggi al momento prevedono forti affermazioni delle Destre più radicali. Un esito che – detto per inciso – demolirebbe l’UE e con essa l’unica speranza che noi europei abbiamo di reggere l’urto del nuovo contesto mondiale, nel quale la forza dei numeri (leggi popolazione) e della capacità di utilizzo intensivo della tecnologia travolgeranno ogni piccolo stato non associato con altri per fare massa d’urto di contrasto.

Emblema di questa condizione è il PSOE spagnolo. Al governo da anni, pur privo di una solida maggioranza parlamentare, con risultati economici sorprendenti che hanno imposto il paese iberico all’attenzione dell’intera Unione, con un leader abile ed efficace mediaticamente, unico a porsi coraggiosamente in opposizione agli intollerabili soprusi trumpiani, si trova in una situazione di grave crisi, imputabile all’emersione di scandali di enorme gravità (alcuni tutti da provare, ma intanto sotto le lenti della Magistratura) che ne rendono assai compromesse le potenzialità elettorali per le legislative dell’anno prossimo.

Pedro Sanchez aveva colto l’attimo convocando a Barcellona, un paio di mesi fa, i socialisti di tutto il mondo, o quasi, ma subito dopo gli sono piovute addosso tegole pesanti, con il rinvio a giudizio della moglie per corruzione, addirittura privata del passaporto; col processo al fratello per abuso d’ufficio; con la pesante condanna per corruzione e altri gravi reati di uno dei suoi principali ministri; sino alle ingloriose accuse rivolte da un’indagine giudiziaria all’ex premier Zapatero, suo mentore e tuttora suo consigliere fidato. Oltre ad una serie quasi impressionante di procedimenti aperti per altri esponenti del partito, che danno l’idea di un sistema di potere incancrenito e sostanzialmente marcio.

Perché questa sommaria rievocazione di eventi estranei all’Italia?

Perché la tentazione (tipica del provincialismo nostrano, presente anche a sinistra) a un “momento Mamdani” (come vi fu, una decade fa, per citare solo un caso fra i tanti, un “momento Tsipras”) è senz’altro alta, favorita dalla indignazione diffusa – presso i giovani, ma non solo – verso i Trump e i Netanyahu e le loro politiche guerresche. E fino a un mese fa c’era pure verso un “momento Sanchez”, al cui vertice catalano naturalmente Elly Schlein si era fiondata con entusiasmo vero.

L’idea – ormai prevalente nel PD anche se senza dichiararlo, e ideologizzata dalla sua componente giovanile – fortemente ostile agli Stati Uniti e a Israele come forse solo negli anni Settanta – è che alla radicalizzazione della Destra occorra rispondere con una radicalizzazione uguale e contraria. Basta mediazioni, basta pluralità dirigenziale, basta incertezze. La guida è una, la linea è una e correttamente intercetta lo spirito del tempo, che esige radicalità. La Destra lo ha dimostrato con successo, ora lo dimostri pure la Sinistra. E per quanto concerne i “moderati”, i “riformisti”, viene loro concesso il diritto di tribuna che si conviene loro in ragione del pluralismo interno, quello dovuto in ragione delle famose “culture fondative”, ricordate peraltro solo in occasione di contesti celebrativi nei quali sarebbe scortese e sconveniente non farlo: ma per il resto devono adattarsi alla linea della maggioranza, che è – la Segretaria lo ha spesso ribadito – una e una sola. La sua.

Lo spazio per una cultura e una politica riformiste rimane pertanto residuale, certamente non decisivo.

In un qualche modo le stesse iniziative congiunte dei soci di maggioranza del “Campo Largo” (al di là e oltre le foto) offrono l’idea, anzi vogliono mettere bene in chiaro, che la componente riformista che si aggregherà sarà marginale, importante per l’apporto elettorale che potrà fornire, ma senz’altro non determinante ai fini dell’elaborazione programmatica e della gestione politica dell’alleanza (e della futura, eventuale, gestione del potere).

Questa è oggi la condizione. Non vederla significa non volerla vedere.

Resta a questo punto da comprendere se è questo che richiede un elettorato sempre più freddo e lontano dai partiti e dalla politica. Dai partiti, più che dalla politica.

Resta da comprendere se favorire un abbassamento dei toni, una maggiore capacità di proporre alternative programmatiche credibili e confortate dai numeri in luogo delle invettive contro il Governo di turno non sia quanto, silenziosamente, reclamano molti cittadini.

Al fondo oggi il problema politico che devono affrontare quanti non apprezzano radicalismi buoni per le proteste, ma poi invariabilmente inefficaci nel confronto spietato con la realtà del governare è proprio questo. Se rimanere silenti e soggiogati attendendo tempi migliori, subendo nel frattempo l’ondata populista e radicale, oppure se chiamare a raccolta quanti ancora sperano in una politica non urlata, più ragionata, meno divisiva. E alfine più concreta, perché meno ideologica.

Tra poco tocca scegliere. Se offrire ai cittadini un’alternativa alla radicalizzazione. Un’alternativa credibile, in quanto fondata su valori non declamati bensì vissuti, pur con tutte le inevitabili debolezze umane. Un’alternativa credibile, e dunque non troppo frazionata.

Si potrà decidere di non farlo. Troppo complicato, troppo tardi, troppo velleitario. Troppo tutto. Ma non si dica più, nel caso, che al riformismo non viene offerta la possibilità di esprimersi e di farsi valere.

Enrico Farinone

[19 luglio 2026]

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