Un patto di sincerità nazionale

Partiamo da una domanda semplice, forse persino scomoda: perché Vannacci convince?

La risposta più facile è quella che rassicura chi non vuole interrogarsi davvero: perché alimenta paure, perché semplifica, perché offre bersagli facili. C’è certamente una parte di verità in tutto questo. Ma non basta. Se bastasse, il fenomeno sarebbe già esaurito.

Vannacci intercetta qualcosa che milioni di persone percepiscono nella loro vita quotidiana. Non propone idee particolarmente originali. Al contrario. Dice ad alta voce ciò che molti pensano da anni nei luoghi della vita ordinaria: nei bar, nelle officine, nei mercati, nelle famiglie. In una società attraversata dall’incertezza, dalla frammentazione e dalla velocità degli algoritmi, la semplicità è diventata una forza politica straordinaria. A problemi complessi si offrono spiegazioni lineari. A un mondo confuso si offre un’identità chiara.

Il punto è che quel consenso non nasce dal nulla. Nasce da un disagio reale. Le classi popolari e una parte crescente del ceto medio percepiscono una competizione sempre più dura per il lavoro, per i servizi pubblici, per gli spazi della convivenza. Vedono salari stagnanti, welfare indebolito, quartieri che cambiano rapidamente. Vivono la sensazione di aver perso sicurezza e controllo.

Qui però si produce il grande equivoco della politica italiana. Perché il problema non è l’immigrato. E non è neppure, in sé, la diversità culturale o religiosa. Il problema è il modello economico che ha trasformato la migrazione in uno strumento di compressione del costo del lavoro e di precarizzazione generale.

Negli ultimi decenni l’Italia ha cercato di mantenere competitività non attraverso l’innovazione, la produttività o gli investimenti, ma troppo spesso attraverso il contenimento dei salari e la disponibilità di lavoro povero. In questo schema il migrante non è il responsabile del problema. Ne è una delle vittime.

L’operaio italiano che vede ridursi il proprio potere d’acquisto e il lavoratore straniero costretto ad accettare condizioni che nessun altro accetterebbe si trovano, in realtà, dalla stessa parte della barricata. Entrambi subiscono un sistema che trae vantaggio dalla loro debolezza. Eppure vengono spinti a percepirsi come avversari.

È qui che la retorica identitaria trova terreno fertile. Perché trasforma una questione economica in una questione culturale. Sposta il conflitto dalla distribuzione della ricchezza all’appartenenza. Non si discute più di chi beneficia della precarietà diffusa, ma di chi è italiano e chi non lo è.

La sinistra, dal canto suo, commette un errore speculare. Difende giustamente i diritti umani, l’inclusione, la dignità delle persone. Ma troppo spesso si ferma lì. Rimane sul piano morale mentre il disagio sociale si manifesta sul piano materiale. Se non si affrontano salari, lavoro, casa, scuola e servizi pubblici, il discorso sui diritti rischia di apparire astratto a chi vive ogni giorno l’insicurezza economica.

Per questo servirebbe un patto fondato anzitutto sulla regolarizzazione del lavoro sommerso, perché non può esistere integrazione dove prosperano sfruttamento e illegalità. Un patto che investa seriamente nella scuola, nella sanità e nei servizi universali, gli unici luoghi in cui la convivenza diventa esperienza concreta e non slogan. Un patto che affronti senza ipocrisie la questione dell’evasione fiscale, che continua a sottrarre risorse decisive alla collettività.

La vera integrazione non nasce dai manifesti sulla tolleranza. Nasce quando i figli degli immigrati e quelli degli italiani studiano insieme in scuole di qualità, quando condividono opportunità e diritti, quando nessuno viene utilizzato come manodopera di serie B.

Tutto questo richiede una verità che pochi hanno il coraggio di pronunciare: per troppo tempo abbiamo tollerato un modello che ha sfruttato il lavoro povero, italiano e straniero, per sostenere consumi, rendite e profitti. Finché questa verità resterà nascosta, il malessere continuerà a cercare bersagli facili.

Ecco perché Vannacci continua a crescere. Non perché abbia ragione nelle soluzioni che propone che sono le stesse, fallite, di Salvini e Meloni, ma perché offre una risposta riconoscibile a un problema reale. Quando la politica rinuncia a spiegare le cause profonde delle disuguaglianze, prevale inevitabilmente chi individua nemici immediati.

La sfida non è scegliere tra accoglienza e sicurezza, tra diritti e identità. La sfida è ricostruire un modello di sviluppo che non abbia bisogno di dividere i più deboli per garantire i privilegi dei più forti.

Una democrazia funziona quando i cittadini sanno distinguere tra le cause e i sintomi dei problemi. Smette di funzionare quando la rabbia viene sistematicamente indirizzata verso chi sta più in basso anziché verso i meccanismi che producono disuguaglianza.

Il vero tema, allora, non è chi arriva. È il modo in cui distribuiamo ricchezza, opportunità e potere. Finché continueremo a parlare soltanto di identità, senza affrontare la struttura economica che genera insicurezza, vinceranno sempre coloro che offrono appartenenze semplici e nemici visibili.

Per evitare che accada, servirebbe soltanto una cosa: un grande patto di sincerità con il Paese.

Stefano Salsi

[16 giugno 2026]

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